Gruppo Pit’Agorà – La Scuola Pitagorica

STORIA DELL’ASTROLOGIA E DEL PENSIERO ASTROLOGICO

 LA SCUOLA PITAGORICA

Immagine modificata tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_pitagorica

TUTTO È NUMERO 

Primo anno

Maggio 2018

 

PREFAZIONE

Affrontando il tema della Scuola Pitagorica, ci siamo imbattute, sin dall’inizio, nella questione delle fonti e della stessa figura del suo fondatore, sospesa fra mito, leggenda e storia.

Essendo una Scuola di pensiero di tipo iniziatico a trasmissione orale, con giuramento di segretezza sui temi trattati, le informazioni che ci sono giunte su Pitagora e sulla sua Scuola, sono quelle trascritte, infrangendo il sacro vincolo del segreto, dai suoi discepoli e reinterpretate nell’arco dei secoli da pensatori di origini e prospettive diverse, che le hanno di volta in volta osannate, criticate, vilipendate o arricchite.

Il nostro approccio costituisce quindi un punto di vista, sicuramente parziale, su questa Scuola difficilmente riassumibile in qualche pagina, ed è il frutto delle nostre ricerche, riflessioni e interpretazioni del pensiero pitagorico.

Ma questo è solo l’inizio di un lungo viaggio di apprendimento e di ri-scoperta, fuori e dentro di noi, di ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà…

Abbiamo deciso di chiamare il nostro gruppo Pit’agorà: Pit come qualcosa che sembra annunciato dalla Pizia, un richiamo ai nostri Daimon, qualcosa di luminoso che apre alla conoscenza dell’astrologia; Agorà perché si è generato uno spazio reale e profondo dove il confronto è crescita e nutrimento.

Non sarà sapienza la nostra, ma di certo un incontro di anime mosse da una sete indomabile per la conoscenza.

  1. PITAGORA E LA SCUOLA PITAGORICA: UN VIAGGIO FRA STORIA, MITO E LEGGENDA

Pitagora era chiamato anche Pitio e Apollineo: Pitio corrisponde all’antico nome di Delfi, mentre Apollineo rinvia alla relazione con il culto di Apollo, il quale secondo il mito, uccise Pitone, il drago-serpente guadagnandosi l’appellativo Pitio.

Si dice infatti che la sua nascita fu profetizzata proprio dalla Pizia di Delfi, sacerdotessa del tempio e portavoce del dio Apollo. Secondo la leggenda, Mnesarco, un incisore di gemme in viaggio a Delfi per affari, consultò l’oracolo sulle sue attività e sul ritorno a Samo. La risposta fu sorprendente: sarebbe tornato a casa e avrebbe trovato la moglie incinta, la quale avrebbe dato alla luce un figlio di grande bellezza e saggezza che sarebbe stato utile agli uomini di tutti i tempi. Al suo ritorno, Mnesarco trovò infatti la mogli incinta e cambiò il suo nome da Parthenis a Pythais in onore della sibilla delfica. Secondo autori greci, Pitagora sarebbe davvero il figlio di Apollo, il quale si sarebbe accoppiato con Parthenis durante l’assenza di Mnesarco. La nascita del “Samiano dai capelli lunghi” è permeata da un’aurea di mistero, quel mistero che egli cercherà di penetrare con i suoi studi e lo sviluppo dell’arte della “filosofia”, “amore della Sapienza”, termine da lui coniato.

La tradizione non definisce in modo preciso dove e quando è nato Pitagora. Gli storici situano la sua data di nascita verso il 570 a.C. La maggior parte lo vuole nato a Samo, ma altri dicono a Lemno, o Filunte, o a Metaponto… É importante ricordare che nel VI sec. A C. la Grecia era in mano ai tiranni, ai sofisti e ai retori. Si era giunti a negare l’esistenza di Orfeo, abbandonandosi all’ignoranza e alla violenza. La nascita di Pitagora s’iscrive quindi in un contesto storico complesso.

Le capacità di Pitagora furono evidenti sin dalla più tenera età. Allievo di Ferecide, quando Samo passò sotto la giurisdizione di Policrate, tiranno e anti-intellettuale, il giovane Pitagora fu costretto a migrare in Siria, dove studiò con Anassimandro, il naturalista, e con Talete di Milete, il quale gli insegnò tutto ciò che sapeva sulla geometria, sull’astronomia e sulla filosofia.

Fu proprio il vecchio Talete a consigliargli di viaggiare e studiare presso popoli di più antica civiltà: secondo alcune fonti, si recò in India, dove venne a conoscenza dei Veda, incontrò i Bramani indiani con i quali approfondì le scienze esoteriche, ricevendo il nome di Yavanacharya (Istruttore ionico) e il titolo di Pytha Guru per approdare poi in Egitto. Secondo tali fonti, Pitagora, chiamato Pitio e Apollineo, non sarebbe infatti un nome, ma il titolo di Istruttore.

Secondo altre fonti, Pitagora si recò direttamente in Egitto, su consiglio di Talete, per studiare con i sacerdoti di Memphis. Talete riteneva infatti che se Pitagora fosse riuscito a padroneggiare i segreti delle iniziazioni egizie sarebbe diventato il più saggio fra gli uomini. E così fu. Dopo aver visitato tutti i templi d’Egitto, Pitagora si stabilì nel tempio di Ptah a Memphis dove ricevette i riti di iniziazione e i sacri misteri. Egli rimase in Egitto per ben 22 anni.

Nel 525 a.C., quando l’Egitto fu invaso da Cambise, Pitagora fu fatto prigioniero e deportato in Babilonia. Come attesta Giamblico, per 12 anni approfondì la religione degli antichi Maghi caldei, eredi di Zoroastro, e l’astronomia appresa in Egitto : astronomia e astrologia, unite alla geometria erano al servizio di una visione dell’ordine universale.

Ed ecco che a circa 56 anni, dopo aver viaggiato e studiato, Pitagora tornò a Samo per fondare una Scuola e diffondere il suo sapere. Ma con grande sorpresa, si rese conto che i suoi concittadini erano più interessati a ciò che poteva fare in campo politico che al suo insegnamento.

Dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, decise quindi di recarsi a Crotone, nel sud dell’Italia, dove molto rapidamente nacque una comunità di seguaci, desiderosi di imparare e disposti a condividere tutti i loro beni. Infatti, si autoproclamarono “cenobiti”, un termine di origine greca che indica “la vita in comune”. Migliaia di persone, intere famiglie accorsero in Magna Grecia per unirsi al coro dei discepoli e seguire la visione dell’universo del maestro di Samo. Si trattava di una comunità con fini etico-religiosi, senza scopi politici, che verrà ingiustamente definita all’epoca e anche in seguito da pensatori quali Diogene Laerzio, come una comunità con tendenze aristocratiche, nella quale il governo era esercitato da coloro che per studi, per saggezza, per disciplina erano i più degni di giudicare. Vi aderirono rapidamente i migliori intelletti di quel tempo.

Fu qui che Pitagora mise a punto e insegnò la teoria sulla divinità dei Numeri attraverso la quale sviluppò un sistema per misurare il Divino e il Kosmos, termine che significa “ordine” inteso come convivenza e coesione di elementi diversi fra di loro ed egli utilizzò per primo per indicare il firmamento, attribuendo così ai Numeri una dimensione spirituale, scientifica e religiosa che conduceva all’armonia. E tanto altro ancora che verrà raccontato nelle pagine a venire.

Esisteva comunque una differenza fra coloro che seguivano semplicemente gli insegnamenti di Pitagora e coloro che desideravano entrare a far parte della Scuola Pitagorica.

Secondo fonti classiche, erano ammessi solo coloro che superavano un esame e un giudizio preliminare. Pitagora osservava i suoi allievi e li studiava anche fisicamente. L’esito era dato dopo almeno tre anni: gli Acusmatici, “uditori”, dovevano rispettare il silenzio per almeno cinque anni. Rimanevano all’esterno della tenda bianca e potevano solo ascoltare. Superato questo periodo, diventavano Matematici “studiosi”, detti anche “esoterici”, ascoltavano Pitagora all’interno della tenda bianca, con il quale potevano dialogare e vederlo di persona. Secondo Eudemo, fu Pitagora a coniare il termine “matematica”, letteralmente “ciò che si impara”. Rinunciavano ai loro beni personali, che mettevano in comune, erano tenuti al segreto e si riconoscevano mostrando la stella a cinque punte. Adottarano quindi uno stile di vita sobrio, efficiente e raffinato.

Fra di loro vigeva il principio del mutuo soccorso: l’amicizia costituiva un valore fondamentale e comprendeva tutti i viventi, dalle divinità agli animali. La filia, che significa amicizia, amore, benevolenza riguardava infatti tutti gli esseri viventi. Anche la giustizia costituiva uno degli assi preponderanti della vita pitagorica, intesa sia come sentimento di giustizia, ossia comportamento che porta la persona verso la rettitudine, sia come legalità, ossia l’insieme dei diritti e dei doveri di ogni individuo. Un’altra peculiarità del Pitagorismo era il principio della non-competitività, in quanto la vittoria separava il vincitore dal vinto e lo faceva diventare oggetto di invidia. Il Pitagorico doveva ricercare l’armonia in tutti i settori della vita. L’etica pitagorica costituiva quindi la base dell’insegnamento filosofico.

Il sentimento e la pratica religiosa erano fortissimi, ma ognuno onorava gli dei del suo paese d’origine senza la necessità della presenza di sacerdoti. Come afferma Gamblico nella Vita Pitagorica, i precetti di vita della Scuola miravano al Divino, principio ordinatore del loro modo di vivere e senso ultimo della loro filosofia che consisteva essenzialmente a porsi al seguito del Divino.

Le giornate erano ritmate dall’osservazione del cielo, dagli insegnamenti, dalle passeggiate solitarie nei giardini della Scuola chiamata “Casa delle Muse”, dalle meditazioni due volte al giorno, dagli esercizi ginnici naturalmente senza competizione aventi lo scopo di mantenere l’armonia fisica e di proteggere dalle malattie, e anche dall’eventuale analisi dei sogni. I cenobiti seguivano una dieta rigorosamente vegetariana, dettata dal principio della non-violenza, che proibiva anche il vino, poichè riduceva la chiarezza dei ragionamenti e sembra, i fagioli, perchè venivano utilizzati nelle votazioni, quindi simbolo della vita politica, provocavano disagi intestinali, disturbando l’armonia della mente e perchè, secondo gli insegnamenti ricevuti da Pitagora dai sacerdoti egizi, contenevano le anime dei morti. Si narra che lo stesso Pitagora, rafforzato dai principi di questa vita austera e frugale, sposò oramai ultrasessantenne la giovane discepola Teano dalla quale ebbe molti figli maschi e una figlia femmina.

Un aspetto peculiare fu la partecipazione delle donne alla Scuola. In quell’epoca accogliere le donne come allieve e dare la libertà agli schiavi fu una grande innovazione. Elevate al rango di compagne dell’uomo e non sottomesse, esse appaiono fautrici della memoria poichè garantivano la continuità, sia con i riti dell’Oltretomba, sia attraverso la fertilità. La figura femminile sembra incarnare un accordo tra religione tradizionale ed etica pitagorica: da un lato, le donne svolgevano un ruolo rilevante in ambito religioso-rituale, in particolare attraverso la musica, dall’altro erano le garanti dei principi di frugalità e modestia che sottendevano la sfera familiare e sociale.

Pur non avendo uno scopo politico, la Scuola Pitagorica riteneva che il governo dovesse essere delegato a coloro che erano stati preparati con un lungo e arduo tirocinio.

Passati i primi entusiasmi, furono proprio queste innovazioni sociali e le loro ripercussioni politiche ad alimentare odi e rancori fra coloro che non erano stati ammessi alla Scuola o che ne erano stati espulsi. Tra questi, Cilone di Crotone, fu uno dei principali artefici della distruzione della Scuola Pitagorica. Più volte rifiutato, a causa della sua personalità tirannica, riuscì ad assoldare dei gruppi per vendicarsi. Le persecuzioni si conclusero con l’eccidio di Crotone, nel quale la Scuola venne incendiata nel corso di una sommossa popolare organizzata dal partito democratico che mal aveva interpretato i principi pitagorici. Nel rogo perirono quasi tutti i discepoli presenti. Dal quel momento, i Pitagorici furono perseguitati in tutte le colonie greche.

Secondo alcune fonti, Pitagora, ormai novantacinquenne morì a Crotone, secondo altre, si rifugiò a Metaponto dove, dopo la sua morte nel 495 a.C. circa, la sua casa fu trasformata in un tempio a Demetra.

Ci fu un tentativo da parte dei cenobiti restanti di denunciare l’accaduto, invitando le regioni circostanti a boicottare ogni forma di governo, ma tale iniziativa non aumentò la loro popolarità. Seguirono anche dei dissidi interni. Secondo alcune fonti, crearono un’altra comunità a Reggio, ma poichè la maggior parte dei più esperti era morta nel rogo, in pochi anni essa si disgregò.

Fino ad allora, il pensiero pitagorico era stato avulso da qualsiasi interpretazione dei discepoli, tenuti inoltre al vincolo del segreto. In seguito alla morte di Pitagora, i discepoli sopravvissuti diedero vita a scuole iniziatiche, rompendo tale vincolo, come per esempio, Filolao, a Tebe e Archippo, a Taranto, seguito da Archita. Sarà Platone a ridare vita agli scritti dei Pitagorici.

Come abbiamo esplicitato nella prefazione, la questione delle fonti costituisce uno degli elementi salienti dello studio della Scuola Pitagorica. Filolao e Archita di Taranto furono i due più eminenti Pitagorici vicini ai tempi del Maestro. I primi scritti sono proprio di Filolao. Secondo Aulio Gellio, Platone comprò da Filolao tre testi e un commento su Pitagora. A riprova del suo profondo interesse per il pensiero pitagorico, egli dedicò un suo libro a Timeo, uno storico dei Pitagorici, che lo influenzò fortemente. Impossibile non citare infine gli sviluppi di Aristotele.

Fra le fonti biografiche, di epoca più recente, spiccano Giamblico, Porfirio, Diogene Laerzio e Plutarco, mentre fra gli scrittori matematici ricordiamo Theone da Smirne e Nicòmaco di Gerasa, i cui scritti costituiscono la fonte che ci ha trasmesso l’aritmetica pitagorica.

  1. IL NUMERO, LEGGE UNIVERSALE CHE TUTTO ARMONIZZA E GOVERNA

Il concetto che è alla base del principio pitagorico che le cose sono numeri è, dunque, quello di un ordine misurabile. Affermare, come facevano i Pitagorici, che le cose sono costituite di numeri e che quindi tutto il mondo è fatto di numeri, significa che la vera natura del mondo, come delle singole cose, consiste in un ordinamento geometrico esprimibile in numeri misurabile. Infatti, mediante il numero è possibile spiegare le cose più disparate dell’esperienza: dal moto degli astri al succedersi delle stagioni, dalle armonie musicali al ciclo della vegetazione. Per cui, anche ciò che sembra lontano dal numero risulta, a ben guardare, riconducibile a una struttura quantitativa e quindi misurabile. E qui è veramente la grande importanza dei Pitagorici, che per primi hanno ricondotto la natura, o meglio il carattere che fa della natura qualcosa di oggettivo, di veramente reale, all’ordine misurabile e hanno riconosciuto in quest’ordine ciò che dà al mondo la sua unità, la sua armonia, quindi anche la sua bellezza.

Ma se la sostanza delle cose è il numero, le opposizioni tra le cose si riducono ad opposizioni tra numeri. Ora il numero si divide in impari e pari: questa opposizione fondamentale si riflette in tutte le cose, quindi anche nel mondo nella sua totalità, e divide il mondo stesso in due parti, l’una corrispondente all’impari, l’altra al pari. In tal modo la filosofia dei Pitagorici è una filosofia dualistica. “L’impari” è il numero limitato, cioè terminato e compiuto, perché si identifica con lo gnomone che è una figura in sé compiuta, armonica. Il pari è invece “illimitato, cioè non compiuto, non terminato. L’unità è detta “parimpari”, perché aggiungendosi all’impari lo rende pari.

All’opposizione dell’impari e del pari, del limite e dell’illimitato, corrispondono altre opposizioni nelle quali sempre l’ordine, il bene e la perfezione stanno dalla parte dell’impari. Ci sono così dieci opposizioni fondamentali:

1) Limite, illimitato; 2) Impari, pari; 3) Unita, molteplicità; 4) Destra, sinistra; 5) Maschio, femmina;

6) Quiete, movimento; 7) Retta, curva; 8) Luce, tenebre; 9) Bene, male; 10) Quadrato, rettangolo.

Questi opposti sono conciliati nel mondo da un principio di armonia.

L’insegnamento pitagorico trova notevoli connessioni con quello tradizionale cinese, non solo il famoso Teorema di Pitagora sembra che fosse già noto in Cina almeno mille anni prima della nascita del Filosofo, ma anche sul significato di numeri Pari, Yin, e dei numeri Dispari, Yang. Le scienze dell’Aritmetica, dell’Astronomia, della Geometria e della Musica, erano ritenute le quattro divisioni della Matematica. L’Aritmetica è la scienza dei Numeri Immobili, l’Armonica o Musica la scienza dei numeri in movimento, la Geometria la scienza delle figure immobili mentre l’Astronomia la scienza delle figure in movimento.

Pitagora identificò nella Matematica la disciplina in grado di dare un ordine all’apparente Caos del mondo. L’insegnamento della Matematica per Pitagora, come poi per Platone, era intesa come una preparazione, un avviamento per usare la vita interiore rivolgendola, dalla contemplazione delle cose naturali e mutevoli a ciò che realmente esiste, sempre uguale a se stesso.

Proclo rammentava che i numeri svelavano gli Dèi e i Pitagorici presentavano il calcolo come iniziazione alla teologia. È comune opinione che i Pitagorici non conoscevano lo Zero che le nostre cifre sono state prese in prestito dagli Arabi e la sua scoperta appartenga all’epoca moderna.

Porfirio che riporta alcune citazioni dal Moderatus di Pitagora, dice che i numeri di Pitagora erano dei “simboli geroglifici, per mezzo dei quali egli spiegava le idee concernenti la natura delle cose, o l’origine dell’Universo”.

Il concetto di Filolao per cui tutte le cose hanno un numero, regge ancor oggi, e corrisponde a un fatto sperimentale: assunta un’unità arbitraria di misura per il tempo, l’esperienza dimostra che ogni corpo vibrando, emette un suo determinato suono fondamentale, ed è viceversa capace di entrare in vibrazione per risonanza o sintonia quando venga investito da un’onda sonora avente quella frequenza. La durata dell’oscillazione o lunghezza d’onda per quel corpo risulta costante, e così pure è costante la frequenza del suono emesso, ossia il numero delle vibrazioni compiute nell’unità di tempo, e si può dire perciò che quel corpo ha quel numero. Questo numero è intero o no a seconda della unità di tempo. La particella vibrante si muove in moto armonico. Questo vale non soltanto per le onde sonore ma anche per quelle luminose, elettromagnetiche ecc. Nella fisica sperimentale moderna, è lo sblocco finale e inopinato di ricerche sperimentali e di necessità teoriche; mentre invece i Pitagorici partivano dal postulato o dall’intuizione dell’armonia interiore divina, e ponevano in relazione ad essa la presenza dei numeri interi nella manifestazione universale. L’universo è un cosmo, perché il Demiurgo, il “fabbro del mondo” come lo chiama Giordano Bruno “sempre geometrizza”.

  • La Monade – Numero 1

I numeri agiscono come simboli, e la serie dall’Uno al Dieci secondo l’insegnamento pitagorico è sufficiente a classificare l’universo e l’ordine della Creazione. Per la matematica pitagorica l’unità non è un numero, è il Principio, l’archetipo di tutti i numeri detto anche Archè. Il Punto per i Pitagorici era definito come l’Unità, essendo indivisibile, non è un numero. La Monade è il Punto che appare nel cerchio dello spazio astratto e secondo i Pitagorici è identica al Bene. Giamblico spiega che l’Uno genera se stesso e da se stesso è generato, nel senso che è perfetto e senza né principio né fine, e si presenta come causa di stabilità.

  • La Diade – Numero 2

La Diade è sia il numero Due, sia il Principio Femminile dove “l’indeterminato” deve essere inteso nel senso di illimitato, sconfinato e infinito. La proprietà di essere illimitata e indeterminata la rende contraria alla Monade e la Diade indefinita sono i principi del Limite Peras e dell’Illimitato Apeiria, che operano a tutti i livelli dell’essere, ma in modo diverso a ogni livello. A livello superiore, la Monade è lo spirito primordiale e la Diade indefinita è la materia primordiale, perché materia prima è l’indeterminato, senza forma. La Madre, la Diade indefinita, perché è il principio della molteplicità, crea una pluralità d’immagini della Monade, il Padre. La Madre provoca la separazione e la proliferazione illimitata, ma il Padre sostiene la loro identità, limitandoli. Secondo Pitagora la creazione è Ordine e Bellezza, un’Armonia scaturente appunto dall’integrazione degli opposti. Il simbolo è quello della Polarità.

  • La Triade – Numero 3

Nell’unione dell’Uno con la Diade, si genera il Tre, numero ideale, essendo ogni numero nient’altro che un rapporto determinato tra due grandezze. Il Tre, la Triade, è la sintesi dell’unità e della Diade (1 + 2 = 3). Il numero Uno è considerato il Principio, l’Archè di tutti i numeri, il numero Due il Principio dei numeri pari, il numero Tre il Principio dei numeri dispari. Il Tre è il primo numero che ammette una raffigurazione geometrica di superficie piana, mediante i tre vertici di un triangolo equilatero. Il triangolo è il più profondo di tutti i simboli geometrici, come simbolo cosmico rappresenta la Trinità Superiore dell’Universo “Padre – Madre – Figlio” che divenne la radice della parola Divinità.

  • La Tetrade – Numero 4

La Tetrade è la Diade raddoppiata, il prodotto del primo numero moltiplicabile che è Due: 2 x 2 = 4. Il quadrato è una forma generata, la forma universale. Il Quattro, il quadrato perfetto, rappresenta la Giustizia perché divisibile equamente da entrambe le parti. Il punto primordiale è un circolo, realizzando la sua quadratura, secondo i quattro punti cardinali diventa un quadrato perfetto. I Pitagorici chiamavano questo numero “Custode delle Chiavi della Natura”. È il simbolo dell’Universo allo stato potenziale, o materia non ancora formata, caotica. Il Quattro ammette una raffigurazione volumetrica, perché le quattro unità possono disporre di un tetraedro formato da tre perfetti triangoli equilateri, la figura geometrica dell’elemento Fuoco. Dopo l’unità, il Quattro, è considerato il secondo numero tetraedrico.

  • LA TETRACTIS

Nello sviluppo dei numeri aggiungendo l’unità all’unità si passa dal punto alla linea, individuata da due punti. Aggiungendo l’unità si passa dalla retta al piano, mediante un triangolo. Per ottenere lo spazio tridimensionale si aggiunge un’unità al triangolo, formando con quattro punti il tetraedro regolare. L’insieme dei numeri Uno, Due, Tre e Quattro sono Dieci appunto la Tetractis, figura sacra ai Pitagorici.

1 + 2 + 3 + 4 = 10    LA PERFEZIONE DEL TUTTO

La Tetrade Astratta di Pitagora, secondo la raffigurazione fatta da Theone di Smirne e da Nicòmaco di Gerasa, consiste in dieci punti inscritti in un triangolo equilatero di lato quattro, nove punti lungo i tre lati, ma in ogni lato si contano quattro punti (la Divina Misura), infine un punto, il decimo, nel baricentro della figura del triangolo equilatero che coincide con il centro del cerchio che lo circoscrive.

La Monade (l’Uno) è il principio di tutte le cose. Dalla Monade e dalla Diade indeterminata (il Caos), i numeri. Dai numeri i punti, dai punti le linee; dalle linee la superficie; dalle superficie i solidi; i cui elementi sono quattro; il Fuoco, l’Aria, l’Acqua, la Terra.

Il punto superiore: l’unità fondamentale, la compiutezza, la totalità, il Fuoco

I due punti: la dualità, gli opposti, il femminile e il maschile, l’Aria

I tre punti: la misura dello spazio e del tempo, la dinamica della vita, la creazione, l’Acqua

I quattro punti: la materialità, gli elementi strutturali, la Terra.

La Tetractis, la sintesi del TUTTO, da un lato rappresenta l’unità, dall’altro la molteplicità, ovvero la materia che si differenzia. Per i Pitagorici, Dieci è il simbolo dell’Universo come un tutto, in tutti i suoi aspetti, ed anche con il suo Microcosmo.

Il 10 è responsabile di tutte le cose, fondamento e guida sia della vita divina e celeste, sia di quella umana. L’essenza e le opere del numero devono essere giudicate in rapporto alla potenza insita nella decade; grande, infatti, è la potenza del numero, e tutto opera e compie, principio e guida della vita divina e celeste e di quella umana. Senza di essa [la decade] tutto sarebbe interminato, incerto, oscuro. (Filolao, Libro della Natura)

  • La Pentade – Numero 5

Il numero Cinque, la Pentade, nasce dall’unione del primo numero femminile (Due) col primo numero maschile (Tre). I Pitagorici, scrive Plutarco, hanno riservato a questo numero, un grande onore e lo hanno chiamato Matrimonio a causa dell’affinità del pari col genere femminile e del dispari col genere maschile. Scrive Plutarco in La E di Delfi: “la somma del numero cinque per se stesso non è destinata a produrre alcunché di imperfetto o di estraneo, ma possiede dei mutamenti prestabiliti, perché genera o se stesso o il dieci, cioè un numero della propria natura”.

  • L’Esade – Numero 6

Il numero Sei è una forma generata perché risulta formato da due triangoli addizionati. L’Esade contenuto nella Tetractis è geometricamente visualizzato con due triangoli contenuti nel triangolo primordiale. Questo numero rappresenta i Tre Figli Maschi e le Tre Figlie Femmine, i Trigrammi della filosofia cinese. Il numero Sei, come il numero Cinque, sono gli unici numeri che si conservano riproducendosi ogni volta che vengono elevati a potenza o moltiplicati per se stessi. Il numero Sei è il primo numero perfetto (il numero Tre, primo numero dispari, appartiene alla Trinità Astratta e non rientra in queste considerazioni) perché la somma dei suoi divisori non è né in difetto né in eccesso, ma è esattamente uguale al numero stesso 1 + 2 + 3 = 6. Questo numero veniva chiamato dai Pitagorici “integrità delle membra” perché è l’unico di numeri nella Decade in cui l’intero è uguale alle sue parti o membra.

  • L’Eptade – Numero 7

Per Pitagora il numero Sette è “il veicolo di vita” perché conteneva della vita stessa essendo un Quaternario (la base, il corpo) più una Triade (lo Spirito), la vita che anima la Materia. Il numero Sette era considerato dai Pitagorici come un numero religioso e perfetto. Prajapati, Divintà della mitologia Indù, fu diviso in sette pezzi, al pari di Dioniso Zagreo. L’Agnello, simbolo di Dio manifestato e sacrificio per il mondo, nel libro dell’Apocalisse di Giovanni è descritto con sette occhi. Apollo, Dio della Luce e del Sole, era nato il settimo giorno del settimo mese. Apollo ha una lira con sette corde, sette sono i raggi del Sole, il numero sette è il giorno festivo di tutta la terra, il giorno della nascita del mondo.

  • L’Ogdoade – Numero 8

Il numero Otto rappresenta il doppio quadrato, è il primo numero cubico che nasce dalla Diade e la sua rappresentazione spaziale è il cubo, il volume. L’Otto è il solo numero oltre allo zero che può essere tracciato un infinito numero di volte senza staccare la penna dal foglio. Tracciato orizzontalmente è il simbolo matematico dell’infinito. Una sua rappresentazione classica è il Caduceo. Nella mitologia egizia l’Ogdoade è l’insieme di Otto Divinità che esistevano prima della creazione. La Madre dell’Ogdoade è Sofia, la Saggezza. Nella religione Indù troviamo un parallelo con Aditi e i suoi Otto figli.

  • L’Enneade – Numero 9

L’Enneade è formato dal primo numero dispari, il Tre ripetuto per Tre volte. Secondo Plutarco, il numero Nove è il più perfetto fra i numeri, perché è il primo quadrato costruito sul Tre, il principio del numero dispari, il più spirituale fra i numeri. Nove è l’ultimo numero emanato dall’Uno, il limite delle cifre, il compimento del ciclo, che sommato all’unità, dà Dieci, la perfezione relativa. Ordinando in modo inverso i numeri della Tetrade, escludendo la Monade (l’Uno), 4+ 3+ 2 = 9, si ottiene il numero sacro per il calcolo dei cicli 432. Infatti 432 moltiplicato per 60 l’unità del tempo, fornisce 25.920 il numero dell’Anno Precessionale o Platonico.

Lo studio della matematica è quindi una strada obbligata che deve percorrere chiunque desideri giungere alla vera filosofia, ossia a quella conoscenza piena della vera realtà che è fonte e coronamento della felicità dell’anima nella sua parte più nobile. Non si può tuttavia giungere alle idee direttamente, bisogna infatti percorrere gradualmente la strada che conduce a esse, innalzarsi a esse a partire dalla realtà fenomeniche attraverso un temine medio: le Matematiche.

La matematica, almeno nel suo significato pitagorico, possiede, dal punto di vista della metodologia delle scienze, la medesima funzione che ha l’anima dal punto di vista onto-cosmologico ed etico.

Chi abbia acquisito in tal modo tutte queste matematiche, costui, io dico, è l’uomo più sapiente nel più vero senso della parola, perché senza i suddetti metodi di studio delle matematiche, chi non la conosce non potrà mai vantarsi di apprendere facilmente la più bella e più divina natura che Dio abbia concesso agli uomini di conoscere”.  Giamblico, De comm. math. sc. 21,13-18

 

  1. SUONI, MUSICA, ARMONIA

Per Pitagora, il Mondo era stato tratto dal Caos mediante il Suono e costruito secondo rapporti musicali. Armonia è il nome dato al primo rapporto 1:2 fra l’uno e la Diade, il Molteplice, fra lo Spirito e la Materia caotica. Essendo il genere umano sottoposto al conflitto fra due opposti, la giusta proporzione, il giusto equilibrio fra gli opposti conduce all’Armonia.

La musica diventa un modello per l’analisi del numero e della realtà.

Il mito del fabbro armonioso appare sia nel Manuale di armonica di Nicòmaco di Gerasa che nella Vita Pitagorica di Giamblico, entrambe testimonianze piuttosto tarde.

Il punto di partenza è la ricerca di uno strumento di misurazione del suono e l’esito finale sarà la costruzione del monocordo che diventerà per il musicista lo strumento per studiare l’ampiezza degli intervalli, dando vita a una matematica del suono.

Si narra che Pitagora passeggiando immerso in meditazione udì dei suoni provenienti dall’officina di un fabbro, in parte piacevoli e in parte sgradevoli. Notò che l’ottavo, il quarto e il quinto suono erano consonanti. La vibrazione tra il quarto e il quinto risultava dissonante se presa da sola, ma armonica perchè completava l’intero suono. Era cioè parte integrante del maggiore dei due: la differenza o distanza fra quinta e quarta, intervalli consonanti, era l’intervallo di tono, in sé dissonante. Avvicinandosi, si rese conto che le diverse altezze dei suoni non dipendevano dai muscoli o dalla forza dei quattro fabbri, ma dai diversi pesi dei martelli. Dopo aver misurato accuratamente il peso dei magli, Pitagora tornò a casa per sperimentare ciò che aveva colto.

In effetti, i magli avevano pesi in rapporto 6, 8, 9, 12. Pitagora stabilì che il rapporto 6:12 = 1:2 indicava l’ottava o armonia; dal rapporto 6:9=2:3 ricavava la quinta; dal rapporto 6:8 = 3:4, la quarta; e dal rapporto 8:9, il tono.

Si narra che appese quindi quattro corde uguali, sollecitate da pesi diversi, che rispettavano il rapporto 6, 8, 9, 12 dei magli : colpì quindi le corde due a due, alternativamente, ritrovando le stesse consonanze dei martelli, ossia per ogni coppia di corde una consonanza diversa. Rilevò che quella posta in tensione dal peso maggiore risuonava in ottava rispetto a quella con il peso minore, sapendo che l’una sosteneva un peso di 12 e l’altra di 6, dimostrando quindi che l’ottava era in rapporto doppio, come i pesi indicavano. Individuò tutte le consonanze, misurando la lunghezza delle corde, aprendo così la strada alla sperimentazione del monocordo che permetteva di produrre una consonanza attribuendole un valore numerico.

Tramite esso, Pitagora scoprì che le note corrispondono a porzioni della corda e che gli armonici seguono rapporti numerici tipici dello spazio che ci circonda. Lo strumento consisteva in una corda tesa fra due perni fissati su un piano di risonanza dove era disposto un ponticello in grado di scorrere sotto la corda per variarne la porzione che si voleva far vibrare. Ponendo il ponticello al centro della corda ricavò l’ottava (1:2). Spostò il ponticello a 2/3 della lunghezza della corda, stabilendo così l’intervallo di quinta. Sistemandolo a ¾, trovò l’intervallo di quarta. La distanza, in termini di altezza, fra la quartaª e la quinta la chiamò tono. Era nata la scala musicale che rimarrà in vigore fino al Medioevo. Filolao sarà il primo a precisare i rapporti numerici corrispondenti agli intervalli fra le quattro corde del tetracordo, chiamato anche Lira di Orfeo.

La musica appare quindi come la scienza della proporzione fra i numeri e la legge numerica delle relazioni si evidenzia nella consonanza sonora che i corpi producono in movimento.

Giamblico riferisce che Pitagora applicò lo stesso principio anche alle zampogne, ai flauti e a tutti gli strumenti a fiato, ritrovando le stesse proporzionalità:

  • l’altezza del suono è inversamente proporzionale alla lunghezza della parte di corda suonata,
  • il suono prodotto da corde diverse per spessore e materiali diversi è diverso,
  • l’altezza del suono prodotto è direttamente proporzionale alla tensione della corda.

È importante precisare che per i Pitagorici nessun corpo suonava nella condizione di staticità. Anche l’armonia cosmica era dettata dal movimento dei corpi celesti e della perfezione dei rapporti tra i loro movimenti e le loro distanze. Tutto ciò che esiste vibra e tutto ciò che vibra genera armonici, come la corda del monocorde. Tale principio è alla base della teoria della “musica delle sfere celesti”, ripresa da Platone nel Timeo, dove espresse la visione pitagorica del Cosmo, l’Anima Mundi: Pitagora insegnò che ciascuno dei setti pianeti produceva con la sua orbita una nota particolare, secondo la distanza dal centro di osservazione che è la Terra. Il principio della distanza seguiva quello del monocordo: la distanza del Sole dalla Terra era il doppio di quella dalla Luna, quelle di Venere e di Mercurio rispettivamente tre e quattro volte più grandi, con gli altri pianeti in proporzione. La melodia prodotta era più intensa di qualsiasi suono terrestre e non udibile agli esseri umani, tranne a coloro che si erano preparati con coscienza ad ascoltarla. Rappresentando i corpi celesti separati da intervalli corrispondenti alle lunghezze armoniche delle corde, Pitagora riteneva quindi che il movimento delle Sfere, nelle loro rotazioni nello spazio, producesse una musica celeste chiamata “Armonia delle Sfere”.

La musica quindi influiva su tutto ciò che si muoveva. La danza era movimento e si accompagnava da sempre alla musica. Ricordiamo, che le danze sacre riproducevano i movimenti circolari dei moti celesti. In India, la danza cosmica di Shiva, chiamato anche “il Signore della danza”, è simbolo dell’eterna trasformazione dell’universo, di cui Shiva garantisce l’armonia attraverso fasi cicliche di creazione, movimento e distruzione.

Secondo i Pitagorici la musica guariva perchè ripristinava l’equilibrio fra il corpo, che doveva essere armonizzato dalla medicina e l’anima, armonizzata dalla musica. L’anima era infatti armonia e quando non era in equilibrio alcuni toni musicali potevano riallinearla. L’importanza data dai Pitagorici alla medicina trova conferma nel terzo e più alto livello di iniziazione, quello degli “Electi” che apprendevano i procedimenti di trasformazione fisica e di guarigione con l’armonia del suono e della musica. Per l’insegnamento pitagorico la malattia rivelava un disordine interiore, un’alterazione della giusta proporzione armonica fra gli elementi, ripresa probabilmente in seguito da Ippocrate. Tale visione è simile a quella della medicina tradizionale cinese, basata sulla distinzione fra Yin e Yang, nella quale quando l’equilibrio si rompe per eccesso o per difetto, insorge la malattia.

Secondo i Pitagorici, l’anima che comprendeva veramente la musica non solo godeva dell’armonia che è in essa, ma riusciva a penetrare la bellezza dell’ordine ed era in sintonia con il principio che l’aveva creata. Ci piace pensare che attribuendo un ruolo importante alle donne nella pratica della musica, Pitagora rendesse omaggio alla loro anima.

Da Repubblica.it del 04/05/2018- La Via Lattea in musica al ritmo di blues

Accordi e scale di piano, basso e sassofono le cui note si fondono insieme per dare vita al blues della Via Lattea. È questa la “musica” che suona la nostra galassia e lo “spartito” è stato scritto da un astronomo dell’università del Massachusetts Amherst, Mark Heyer, che con l’aiuto di un algoritmo ha trasformato in note 20 anni di segnali raccolti dai radiotelescopi sul movimento dei gas della galassia. Il risultato è il brano intitolato “Milky Way Blues”.

“Le note riflettono soprattutto la velocità dei gas che ruotano intorno al centro della nostra galassia”, commenta Heyer sul sito Sciencealert. Usando una scala minore pentatonica, cioè composta da 5 note, il ricercatore ha trasformato i dati raccolti dai radiotelescopi sui gas della Via Lattea in note e strumenti musicali. Così i gas molecolari sono diventati pianoforte, quelli atomici un basso e quelli ionizzati un sassofono. Le note più alte indicano che i gas si muovono in una direzione, mentre le più basse sono generate dal movimento in senso opposto e le più lunghe un’emissione più forte. […] nel 2014 Domenico Vicinanza, del network europeo Geant, ha usato 36 anni di rilevazioni di raggi cosmici della sonda Voyager per creare un duetto musicale, mentre nel 2015 un astronomo turco, Burak Ulas, ha composto un pezzo con le vibrazioni della stella Y Cam.

  1. LA METEMPSICOSI NELLA SCUOLA PITAGORICA

Il termine Metempsicosi deriva dal Greco μετεμψύχωσις, comp. di μετα– «meta-» (per indicare trasferimento), ἐν– «dentro» e ψυχή «anima»].

Pitagora e i suoi discepoli credevano nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte, attraverso la trasmigrazione dell’anima stessa in diverse forme di vita: umana, animale e vegetale.

Questa concezione si dice che fosse stata ripresa dall’Orfismo.

Pitagora ha viaggiato molto, prima di arrivare a stanziarsi definitivamente a Crotone, dove ha fondato la sua famosa scuola. Molti sono stati i contatti con popoli e culture diverse, come quella Egiziane ad esempio; in Egitto visitò tutti i templi, studiando sotto la guida di ogni sacerdote che incontrava,   ha vissuto a Babilonia, studiando con i maghi Caldei per dodici anni.

L’influenza del suo pensiero e della sua filosofia, anche in merito a questo aspetto della metempsicosi, può essere attribuita a diverse influenze e non solo all’Orfismo.

Gli anni in cui ha vissuto Pitagora sono gli anni in cui hanno vissuto Gautama Siddharta Buddha, Lao Tse, Confucio, Zarathustra.

Uno dei capisaldi della visione pitagorica è il dualismo, la concezione che tutte le cose fondamentali dell’esistenza hanno due diverse facce contrapposte: bene e male, maschio e femmina, limitato e illimitato, pari e dispari, uno e molteplice, destra e sinistra, stasi e movimento, retta e curva, luce e tenebre, quadrangolo e rettangolo.

Nella visione di questa concezione dualistica possiamo vedere un parallelismo con le cosiddette polarità.

La Metempsicosi, cioè il trasferimento dell’anima da uno stato fisico all’altro, si ricollega perfettamente al dualismo Pitagorico, poiché il corpo e l’anima sono due facce contrapposte, il corpo, “soma”, rappresenta il male e l’anima, “psychè”, il bene.

Per i Pitagorici, ciò che è puro viene mescolato con ciò che è impuro; la visione del corpo era ritenuta come impura e come prigione dell’anima, mentre quest’ultima rappresentava la connessione con l’origine perfetta delle cose.

I Pitagorici credevano fortemente che l’anima fosse immortale e che esistesse prima e dopo ogni reincarnazione, poiché la sua origine non era ritenuta terrena, bensì Divina.

Tutto il sapere e la conoscenza proveniva da una natura Divina.

Anche nei Culti Orfici era presente il concetto di trasmigrazione delle anime, ma Pitagora vi apporta una novità sostanziale: la conoscenza è uno strumento di purificazione, mentre l’ignoranza è ritenuta un male da cui ci si può e ci si deve liberare, e questo può avvenire solo attraverso il sapere, il quale apporta all’anima il nutrimento necessario affinché possa ritornare alla sua origine: il bene=Divino.

L’anima si può liberare da quelli che per i Pitagorici sono “i suoi limiti negativi” questi ultimi sono legati essenzialmente al corpo e ai suoi umori, ritenuti la parte negativa dell’esistenza umana.

La liberazione dal ciclo delle reincarnazioni era possibile e auspicabile, anzi era ritenuto il fine più importante, e poteva avvenire solo attraverso una ricerca costante e sistematica della conoscenza, che per Pitagora era essenzialmente legata al numero e alla ricerca dell’armonia dell’universo. Attraverso le conoscenze mirate a spiegare ogni fenomeno, a definirlo, e di tutta una serie di comportamenti stabiliti dal maestro (Pitagora) ma non solo, essa (l’anima) può ritornare nel corpo di un altro essere in forma evoluta, fino a divenire perfezione e ristabilire il suo ritorno alla dimora divina, cosi come l’anima può regredire attraverso comportamenti opposti alle regole etiche formulate dalla Scuola.

Pitagora stesso riteneva parte del suo sapere una specie di ricordo delle sue precedenti vite.

Eraclide Pontico tramanda che Pitagora diceva questo di sé: che una volta era stato Etalide, e considerato figlio di Hermes, il quale gli aveva permesso di domandargli qualsiasi cosa volesse sapere, tranne l’immortalità.

Pitagora crede di poter conservare il ricordo degli avvenimenti durante il ciclo delle sue incarnazioni.

I Pitagorici, eseguivano una serie di comportamenti atti a liberare l’anima dal suo stato di prigione nel corpo, come una sorta di purificazione, nello specifico: erano vegetariani, poiché ritenevano che in ogni corpo animale vi fosse un’anima, e andava rispettata, seguivano una dieta costituita da cibi semplici, dove ad esempio le fave erano totalmente bandite, i fagioli ritenuti impuri, facevano lunghe passeggiate in solitudine mattina e sera, praticavano la catarsi, la meditazione attraverso l’osservazione della natura, e tutta una serie di comportamenti mirati alla purificazione,come il non toccare animali morti di morte naturale, stare lontani dai defunti, anche la pratica sessuale veniva ritenuta impura.

A Pitagora si attribuisce la frase: “Impara a dominare il ventre, il sonno, il sesso e l’ira”.

Per Pitagora, l’anima è composta dal quinto elemento: l’Etere, e più precisamente da una particella di etere caldo e da una di etere freddo, una di esse è eterna.

L’anima si lega al corpo  per i bronchi, entrando con il primo atto di respirazione alla nascita.

La particella calda muore insieme all’uomo, dopo un certo periodo dall’ultimo respiro, mentre la particella di etere freddo è immortale e sopravvive alla morte fisica dell’uomo, subendo la legge delle incarnazioni fino alla sua ascensione finale.

Diogene Laerzio afferma nella sua famosa opera sulla vita e le dottrine degli antichi filosofi, che Pitagora concepiva l’anima come articolata in tre parti ben distinte: mente (Nous), intelletto (Phrenes, lett. pensieri) e animo passionale – emozione – (Thymòs), delle quali la prima – mente – e la terza – emozione – si trovano in tutti gli esseri viventi e sarebbero mortali, mentre le phrenes, cioè il pensiero logico-razionale, sarebbe proprio solo dell’uomo.

Il dominio dell’anima si estende dal cuore fino al cervello; la parte di essa che ha sede nel cuore è l’animo passionale, legata all’emozione, mentre le altre due sono legate al cervello. Le sensazioni sono stille (gocce) che emanano delle parti dell’anima. L’anima sarebbe alimentata dal sangue, e le sue facoltà sono paragonate a soffi di vento, i legami ( desmà ) dell’anima sono le vene e le arterie; ma quando essa aumenta il suo vigore e, isolatasi in se stessa, si trova in uno stato di quiete, allora diventano suoi legami i pensieri e le opere.

I Pitagorici erano alla continua ricerca del sapere, tutti coloro che aderivano alla scuola Pitagorica avevano come scopo primario la conoscenza dei misteri dell’esistenza, poiché ritenevano che la conoscenza di tutti i fenomeni fisici e spirituali fosse strettamente collegata alla natura Divina dell’uomo e che da questa ricerca scaturisse l’unica strada verso l’Armonia.

La virtù, la sanità fisica, ogni bene e la divinità sono armonia: perciò anche l’universo è costituito secondo armonia.

Il concetto di Armonia era una nozione centrale per i Pitagorici.

I sacrifici che i seguaci di Pitagora facevano, secondo le regole molto rigide della scuola, erano tutti motivati e finalizzati al raggiungimento di uno scopo ben preciso: quello della purificazione dallo stadio inferiore della materia fisica, per una futura trasmigrazione dell’anima a stadi sempre più evoluti, ossia vicini al ritorno in uno stato di perfezione, definito Armonia, il quale aveva per i Pitagorici, una vera connessione con il Divino.

Come nell’Orfismo, anche la Scuola Pitagorica credeva fortemente in un’Unità Originaria che portasse dall’Ordine al Caos e non viceversa; attraverso una rottura si genera il molteplice, la differenziazione dalla quale è generata la materia di cui è fatto l’uomo, e tutto questo genera, nella credenza Pitagorica, una vera e propria colpa. Tutto quello di cui i Pitagorici si occupavano era connesso alla capacità di riunirsi all’unità dalla quale derivava la loro stessa esistenza.

Questo processo di ritorno alle Origini era la meta alla quale ogni seguace della scuola ambiva. A tal fine, venivano accettati tutti i comportamenti, anche i più duri, tra cui le pratiche ascetiche, gli esami di coscienza fatti insieme agli altri discepoli della scuola ogni sera, ripercorrendo le azioni, i pensieri e tutti gli sforzi per migliorare il percorso della loro esistenza.

L’origine divina per Pitagora era il principio per il quale si acquista la conoscenza, che era la facoltà del ricordare, come se la memoria dell’uomo, fosse in parte la traccia della sua origine Divina.

La conservazione nella memoria di tutte le conoscenze apprese, divenne un fondamento della Scuola Pitagorica, poiché era attraverso le tracce della stessa che si ricongiungevano i percorsi dell’anima. Il Culto delle Muse divenne una pratica molto seguita dai Pitagorici.

Nella dottrina pitagorica,i discepoli erano tenuti a rispettare ogni forma vivente. Gli animali, seppur ritenuti una forma lontana dalla perfezione, avendo sì un’anima, ma lontana dall’evoluzione ritenuta degna e per questo positiva, venivano in ogni caso rispettati e Pitagora non consentiva nessun sacrificio animale. Questa visione del rispetto verso ogni forma vivente, anche se ritenuta inferiore, è una caratteristica del tutto innovativa, che i Pitagorici portano avanti, rispetto alla cultura e alle abitudini del loro tempo.

Si narra che lo stesso Pitagora riconobbe in un cagnolino che passava vicino a lui e ad alcuni discepoli, l’anima di un suo vecchio amico e nel riconoscerlo chiese ad un passante che lo stava maltrattando di non farlo.

Non era facile accedere alla Scuola Pitagorica, bisognava attenersi a un vero e proprio regime, regole ferree nel comportamento e nella volontà di imparare, di migliorare la propria condizione umana, in parte ritenuta corrotta dalla carne e dall’ignoranza. Tutto il rigore della vita dei Pitagorici era ritenuto necessario per uno scopo superiore, e si può affermare che il carisma dello stesso Pitagora fosse dovuto all’esempio pratico che egli stesso mostrava ai suoi discepoli, attenendosi scrupolosamente a tali regimi.

Non può essere spiegato in altro modo, il suo seguito e la sua fama postuma, vista la scarsità di informazioni scritte e quindi di fonti certe nei suoi riguardi.

Spiritualità e razionalità si fondono in modo unico nella Scuola Pitagorica, ed è proprio questa polarità, vissuta in una nuova commistione, che colora il mito di Pitagora, ritenuto matematico, scienziato e mistico/mago allo stesso modo.

  1. I MISTERI ORFICI

Dovendo approfondire l’Orfismo come probabile modello ispiratore della filosofia mistica Pitagorica e della genesi delle teorie sulla metempsicosi, diviene necessario travalicare i consueti confini dell’interpretazione storica tradizionale. A causa della mancanza di scritti attribuibili direttamente a Pitagora o ai suoi allievi contemporanei, tutto il nucleo centrale misterico della Scuola Pitagorica è spesso screditato, per certi versi trascurato o semplicemente banalizzato, come ordine elitario e settario nella sua accezione sostanzialmente eretica. La stessa figura del filosofo è avvolta in un fumoso alone leggendario che lo vede come mago, guaritore, sciamano e insieme matematico, sapiente, politico, saggio, nonché aristocratico, per effetto della visione creativa di una genesi d’iniziati illuminati, capaci di guidare le persone verso l’armonia sociale e l’evoluzione dell’anima.

Le tesi storiche riguardanti il legame stretto tra orfismo e pitagorismo, sono in realtà molteplici e discordi tra loro. Di certo oltre a vari aspetti propri del mito del personaggio Pitagora, che ricalcano collegamenti importanti con figure legate ai vari culti misterici, sono indubbie le analogie dottrinali. Potremmo quindi senz’altro dire che la figura di Pitagora, benché amplificata da sovrastrutture mitologiche, possa essere considerata come quella di un interprete primario dei misteri greci e orientali, a seguito della conoscenza che maturò nei suoi viaggi e anni di studio, soprattutto presso gli egizi, i caldei e i babilonesi.  Le Laminette d’Oro orfiche, attribuite ai Pitagorici e rinvenute in alcuni sepolcri della Magna Grecia, dimostrerebbero non solo il collegamento, ma una sorta di riforma dei culti. Infatti, le Lamine che risalirebbero al V-III sec. a.C. presentano iscrizioni religiose che richiamano ai culti dionisiaci, ai misteri eleusini, nonché contengono istruzioni operative post-mortem paragonabili a quelle del Libro dei morti egizio.

Platone stesso ricalcherà successivamente le dottrine della temporaneità dell’anima e dell’orfismo, mutuando molti precetti Pitagorici.

Isocrate II sosteneva che Pitagora tornando dall’Egitto dove fu discepolo, portò in Grecia lo studio di ogni genere di filosofia.

Diogene Laerzio in Vita dei Filosofi sostenne che Pitagora coniò egli stesso il termine “filosofia” e che con questa intendesse che nessuno può essere davvero sapiente eccetto la divinità; scrisse anche che la casa di Pitagora a Metaponto, in Magna Grecia, veniva chiamata “Tempio di Demetra”.

Giamblico, nella sua opera De Vita Pitagorica testimoniò che nella Scuola Pitagorica “una delle attività predominanti fosse l’emendamento del carattere”; affermò inoltre che Pitagora fu emulo di Orfeo cui s’ispirò.

Erodoto, signore della storia antica, correlava la visione orfico-dionisiaca con il mondo spirituale egizio. Potremmo anche aggiungere che l’orfismo ha esteso i suoi frutti fino al periodo rinascimentale fiorentino; Marsilio Ficino e Pico della Mirandola furono ispirati dall’Orfismo, dal pitagorismo e dal platonicismo, lasciando sotto i nostri occhi i capolavori di un’arte illuminata, che ancora oggi rapisce di estasi il mondo intero, folgorato da profondità e bellezza.

È necessario specificare che le testimonianze tardive non sono storicamente considerate come attendibili, e che inoltre, si tende a mettere in discussione la purezza teologica dei Pitagorici successivi alla vita del filosofo.

Ma la storia, come diceva Nietzsche, dovrebbe essere sempre finalizzata a tre reali funzioni umane: “monumentale” come ispirazione, “antiquaria” come memoria e conservazione, e, infine, “critica” per trascendere cioè il passato, e superare il limite presente.

Il primo passo per comprendere l’Orfismo con spirito critico rispetto alla storia, consiste quindi nella necessità di analizzare la parola “mistero”, cercando di superare ogni probabile equivoco, giacché, ai giorni nostri, il termine sembra essersi trasfigurato con un significato quasi opposto alla sua origine etimologica. Mistero, infatti, deriva dal latino “Mysterium” e dal greco “Mystérion” ( = segreto, arcano) e a sua volta alla parola “mustes” ( = iniziato), termine che origina dal greco μυεωmyō –Mueo” ( = mettere la mano davanti alla bocca –  tenere chiusa la bocca e gli occhi). Mueoè, infatti, anche origine del termine ‘muto’, ma soprattutto della parola “mistico”.

Appare a questo punto evidente che la parola “mistero” non significa oscuro o incomprensibile, e che, non dovrebbe essere interpretata con l’accezione di segreto nascosto, ma come “indicibile, impossibile da spiegare”. Questa parola, infatti, non dovrebbe essere privata del valore iniziatico, e, il suo vero senso, indica qualcosa che si conosce ma non si può descrivere a parole, qualcosa di cui è necessaria un’esperienza diretta, che riguarda la contemplazione spirituale e sacra.

Un altro aspetto da considerare circa il significato che si può dare al contenuto misterico dell’Orfismo, è relativo alla segretezza.

Il termine “segreto si può intendere come chiusura di classe, non a caso i Pitagorici furono considerati di estrazione aristocratica o settaria, anche se, in realtà, i culti misterici in Grecia erano aperti a tutti, addirittura anche agli schiavi, e questo comproverebbe che per “segreto” non si intendesse “occulto”, anche se erano previsti distinti gradi d’iniziazione.

Una connessione affascinante che ricalca l’importanza del segreto iniziatico nei culti misterici è rappresentata con figure che si portano le dita sulle labbra, iconografia della divinità egizia Arpocrate il dio Horo – Apollo fanciullo, il “dio del silenzio” che si diffuse nel periodo alessandrino in tutto il mediterraneo e divenne il simbolo allo stesso tempo della scienza iniziatica e del silenzio interiore.  Il silenzio quindi come viatico di qualcosa che non si può descrivere senza rischiare di darne un concetto sbagliato che possa essere frainteso. Il silenzio che lascia spazio all’intuizione profonda, per mezzo di un’esperienza diretta nella contemplazione e dell’ascolto di sé, dopo un lungo lavoro di ricerca interiore e di studio. Il mistero quindi è qualcosa di “innominabile” non per oscurità ma per eccesso di luce.

Oltre alla religione classica olimpica basata sui miti politeistici, in Grecia convivevano una serie di Culti Misterici, tra cui i Misteri Dionisiaci e i Misteri Eleusini, entrambi strettamente connessi all’Orfismo. La differenza sostanziale era che nella religione olimpica l’uomo è mortale, e quindi separato dagli déi-immortali, mentre, nei culti misterici, l’uomo è esso stesso in parte divino e la centralità del mistero riguarda la morte e la resurrezione di Dioniso, attraverso i racconti cronici e mitici dei cicli vitali.

I Misteri Eleusini sono antichissimi, risalenti almeno al periodo miceneo (1600-1100 a. C.). Il culto si fonda sul mito famosissimo del Ratto di Persefone da parte del dio Ade, la quale fu strappata dalle cure della madre Demetra.

Demetra ha origine da De-meter, terra madre e incarna la divinità ctonia e atavica della “Grande Madre”, figura dispensatrice, dea delle messi, del grano, della vita e della morte, nonché dei riti sacri.

Persefone al momento del rapimento è Kore, la fanciulla, figlia della madre, e creatura. Il frutto irripetibile, simbolo della vita individuale. Dal rapimento di Ade, ella rispecchia una duplice natura, che già di per sé richiama al concetto di ciclicità. Diviene Regina delle tenebre nei sei mesi tra l’autunno e l’inverno, vivendo nel regno dei morti con Ade, suo sposo, per tornare poi, vitale e fanciulla, tra le braccia della madre Demetra che felice torna ad essere generativa, nei sei mesi tra primavera ed estate. Siccome “creatura della Madre”, Persefone-Kore rappresenta il ciclo annuale della vegetazione: dalla semina al frutto, fino alla maturazione in cui muore, generando nuova vita e nutrimento. Non a caso Persefone è nel mito anche madre di Iacos, seme e frutto, che è un altro nome di Dioniso.

Nei Culti Eleusini, aperti a tutto il popolo greco, la ciclicità equinoziale rispecchiata nella vita di Persefone, determinava i riti dei “Piccoli misteri” in primavera e dei “Grandi Misteri” in autunno. Demetra e Persefone rappresentano quindi un’allegoria della molteplicità della vita, che si genera e si crea costantemente. L’iniziato attingeva alle segrete conoscenze che non potevano essere assimilate se non per sperimentazione diretta, del senso più profondo della metafora dell’invisibile e dell’indicibile.

I misteri Dionisiaci si basavano su riti evocativi del dio Dioniso e della sua epifania, attraverso cerimoniali femminili tenuti da sacerdotesse dette Menadi o Baccanti, che, travestite con maschere e pelli animali, si rivolgevano al Dio per invocare l’estasi e il furore divino. I riti comportavano danze orgiastiche in cui gli uomini si travestivano da satiri e le donne da muse. Tra i riti magici, sciamanici e sacrificali, risalenti, sembra addirittura al neolitico greco, risalta quello un po’ tribale dello Sparagmòs che consisteva nello smembramento a mani nude di animali che venivano mangiati crudi.

Appare evidente come la presenza del dio Dioniso sia centrale nei misteri, insieme alle peculiarità religiose lunari e femminili. Dioniso, infatti, rappresenta la linfa stessa della vita, un tramite tra il mondo umano e quello divino, tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Per entrare nel mondo Orfico, provando a intuirne la profonda connessione con la cosmogonia e la trasfigurazione dell’anima, (fulcro degli insegnamenti mistici Pitagorici, ) bisogna conoscere il mito dello smembramento di Dioniso da parte dei Titani. Essi, decisero di catturare Zagreo-Dioniso fanciullo, figlio di Zeus e Persefone, attirandolo con dei giocattoli: una trottola, una palla, dei dadi e uno specchio (tutti simboli che hanno un forte richiamo cosmologico). Mentre Zagreo era intento a specchiarsi, i Titani con la complicità della gelosa Era, tentarono di catturarlo. Il piccolo Zagreo iniziò a trasformarsi in tanti animali per fuggire, ma quando si trasformò in un toro, fu catturato, smembrato e mangiato affinché le sue carni e il suo sangue instillassero in loro la divinità.  Zeus, padre degli dei, vista la scena, fulminò i Titani, e dai loro frammenti infusi della divinità di Dioniso, nacquero gli uomini. Il mito ci mostra così la nostra dualità titanica e divina, per mezzo della scintilla ereditata dal sacrificio di Dioniso, che, a sua volta, è risorto dal proprio cuore, che Zeus trasformò in Sole grazie all’intervento di Atena che lo aveva salvato dalle bocche dei Titani. La dimensione titanica quindi, insita nell’uomo, si racchiude nel mito del Daimon, la reincarnazione dell’anima di un demone-genio, frammento di Dioniso, per metà divino e per metà demone. Daimon connesso all’anima, sulla quale pesa il peccato originale ereditato dalla parte titanica.

I misteri Orfici erano legati agli Oracoli di Delfi le cui prime origini si fondono con i misteri eleusini, dionisiaci e quelli più remoti di origine egizia; culti composti di dottrine e riti sacri, in cui si celebrava la sapienza e la trasmigrazione delle anime. Le prime tracce scritte riguardo all’Orfismo si trovano tra il VII-VI sec. a.C. soprattutto da Onomacrito (poeta ateniese del tempo).

Orfeo è una figura con probabilità realmente esistita, ma che, come sempre accade nelle genesi delle religioni, assunse poi caratteri leggendari, un po’ come lo stesso Pitagora, che a ben guardare, sembra ricalcarne fortemente i tratti. Orfeo nato in Tracia, dalla musa Calliope e dal re tracio Eagro, secondo alcune leggende fu generato da una sacerdotessa e dal Dio Apollo (come non notare che tale genitura il mito la attribuisca anche a Pitagora). Orfeo intermediario tra divinità e umanità, sacerdote di Dioniso e di Apollo, era sciamano, eccelso cantore e suonatore di lira, genio ispiratore e precursore della speculazione greca classica, portatore di luce e splendore, capace di ammansire ogni belva feroce e mostrare all’uomo la sua natura divina. Orfeo spirito mitico, termine che gli si addice perfettamente, poiché con “ mitico” s’intende colui che racconta e che canta le storie del passato; colui che attraverso la profezia, la poesia e la musica narra l’inesprimibile. Da queste fondamentali caratteristiche di Orfeo, si comprende come dietro il personaggio leggendario s’incarni un’idea atavica, che ha in realtà anche un tono storico ed empirico, riguardo la descrizione cosmogonica di quando, nell’”Uni-verso” (verso l’Uno) conosciuto, apparve l’Essere umano e il ruolo che esso ricopre all’interno dell’Assoluto.

Il mito si sa, si stratifica, e si può forse comprendere un po’ di più il senso teologico di questo culto, che mostra la dottrina Orfica al centro dell’insegnamento Pitagorico; attraverso il mito dell’impresa temeraria di Orfeo che discende nell’oltretomba per tentare di recuperare la sua amata ninfa Euridice, uccisa dal morso di un serpente. Dal dolore il poeta intonò le musiche più struggenti e sofferte, tanto che Persefone commossa, convinse Ade a permettergli di recuperare la sua amata perduta. Ade lo concesse, a patto che, risalendo, Orfeo non si girasse a guardarla, cosa che invece avvenne. Infatti, appena raggiunse l’uscita e vide di nuovo la luce del sole, Orfeo si girò per verificare che sua moglie lo seguisse e in quello stesso istante Euridice svanì per sempre.

A questo punto si può comprendere anche la funzione delle tre divinità che guidavano Orfeo: la dea della memoria e del ritorno Mnemosine madre delle Muse, il dio del tempo e del ciclo Cronos e il divino Phanes (Dioniso-Apollo) il mistero del mondo che appare. La memoria Mnemosine, che non può esercitare il ricordo, muove lo spirito-Dioniso in ciò che si manifesta come vita-Apollo, nel ripetersi nel ciclo e del tempo (Cronos) della ruota del destino; vita dopo vita, fino a quando l’eternità e la luce non giunge attraverso il bagliore di un “ricordo”, parola che etimologicamente significa “ritorno al cuore”, cuore sede della memoria.

In tutto il pensiero Orfico, l’anima è chiave dell’“Uni-verso”, il corpo ne veicola e imprigiona l’essenza nella forma e in questo senso, il sacro mistero di morte e rinascita è chiaramente simboleggiato dall’unità divina Dioniso e Apollo, due facce della medesima divinità.

Lo smembramento è un richiamo costante al compimento della vita che necessita poi di una disgregazione polare, un capovolgimento di fattori che ne assicura l’armonia attraverso la ciclicità; questi fattori hanno una fortissima similitudine universale, particolarmente analoga al mito egizio di Osiride che veniva smembrato e poi ricomposto grazie all’amore di Iside e poi perpetuato per mezzo di Horo.

Tutto il mistero narra dell’Essere umano che dimentica la sua vera natura divina nel momento in cui l’anima entra nel corpo fisico, e della necessità di un ciclo di discesa e risalita dal piano della materia (metempsicosi), che si perpetua fino a quando l’anima non riuscirà a ri-contattare ed esprimere la propria vera essenza. Per farlo è necessario quindi un percorso di conoscenza, di purificazione e di ascesi che può condurre l’uomo alla consapevolezza profonda e totale di Essere “figlio di Dio”, riuscendo a intuire piccoli scintillii di eternità e di Luce che possano condurlo alla conquista della felicità assoluta ed eterna.

Per potersi purificare era necessario cancellare il peccato originale ed elevare la parte divina spiritualizzando la materia, e cioè dando meno potere alla brama e alla cupidigia del corpo fisico e del demone incarnato, scegliendo di vivere una vita ispirata alla verità, alla giustizia e all’armonia, in una parola al bene, affinché possa sbocciare il seme divino attraverso l’estasi. La dottrina Orfica, infatti, come nella Scuola Pitagorica, prevedeva il consumo di cibi vegetali, focacce, frutti e miele astenendosi severamente dal consumo di carni animali anche per distaccarsi dagli antichi sacrifici delle Menadi.

È innegabile l’importanza dell’Orfismo nella valutazione della figura del filosofo Pitagora che, come Orfeo, insegnava l’elevazione della parte luminosa dell’Essere che si nobilitava attraverso le arti, la musica, la poesia e la conoscenza. La sapienza, infatti, era considerata la più elevata tra le purificazioni e con le arti matematiche, simboliche, misteriche, musicali, scientifiche, geometriche nonché astronomiche, fu la parte più straordinaria della Scuola Pitagorica che divenne successivamente seme della Gnosi, del Rinascimento e anche del Cattolicesimo. La conoscenza egizia, babilonese e probabilmente anche indiana di Pitagora, permise, infatti, plausibilmente di arricchire i precetti e le tradizioni Orfiche di strumenti luminosi al servizio della conoscenza e dell’Immortalità, sicuramente storica.

CONCLUSIONI 

Il Pitagorismo fu un movimento religioso misterico molto complesso e articolato e proprio per questo potrebbe risultare difficile, se non inutile, volerlo descrivere senza correre il rischio di delimitarne l’origine con deduzioni semplicistiche. Forse è vero che la lirica greca ha contribuito a riversare su Pitagora una vastità leggendaria di capacità e caratteristiche mitologiche, ma di certo Pitagora visse in un’epoca in cui universalmente l’umanità fece notevoli cambiamenti.

Ampliare la visuale spesso aiuta a ridefinire i margini delle cose, ma come chiudere questo lavoro senza citare minimamente la somiglianza del pensiero Pitagorico con il Tao?

Contemporaneo a Pitagora, tra gli altri, in Cina ci furono Confucio e Lao Tze, di cui, come nel caso di Pitagora ci giunge la figura leggendaria; Lao Tze significa “grande maestro” e dal suo insegnamento nacque il Libro dei Mutamenti, Yi King, che narra simbolicamente degli aspetti della manifestazione generati dal Taiji, il Tao.

Così come nella Scuola Pitagorica il numero Uno rappresenta la sacra Monade Unità, che Pitagora insegnava come indivisibile, uovo cosmico fecondato e germe di tutti i numeri, nel Tao l’Universo nacque dal Wu Chi, il vuoto che tutto contempla, l’innominato, il tutto e il niente assoluto. Il “Grande estremo” diede vita a due polarità, che ancora oggi, millenni dopo, rappresentano i due principi fondamentali dell’universo: lo Yang (maschile, dispari, positivo e luminoso) e lo Yin (femminile, pari, negativo e oscuro).

Il Tao, motore dell’Universo, rappresenta l’armonia assoluta degli opposti, la polarità creativa, i cicli, i numeri, la matrice della cosmologia, il movimento che si rigenera. Tao è Via, Verità e Vita.

Nell’armonia nel Tao, come nel Pitagorismo, emana il principio polare che costituisce l’ossatura della mitologia universale: Cielo e Terra, Spirito e Materia.

Per concludere e dar voce alla grandezza del pensiero Pitagorico in questo viaggio Universale, riportiamo un paio di citazioni tratte dai Misteri d’Egitto che sembrano sgorgare direttamente dagli insegnamenti del filosofo:

O anima cieca! Impugna la face dei Misteri e scoprirai nella notte terrena l’altro te stesso luminoso, la celestiale Anima Tua. Segui questa divina guida e sia esso il tuo Genio, poiché possiede la chiave delle tue esistenze passate e future.”Tratto da Esortazione agli iniziati, secondo il Libro dei Morti

E ancora:

Tendete l’orecchio in voi stessi e mirate nell’Infinito dello spazio e del tempo. Ivi echeggiano il canto degli Astri, la voce dei Numeri e l’armonia delle sfere. Ogni Sole è un pensiero di Dio e ogni pianeta una forma di questo pensiero. Ed è per conoscere il pensiero divino che voi, anime, discendete e risalite penosamente la strada dei sette pianeti e dei sette cieli loro. Che fanno gli Astri? Che dicono i Numeri? Che valgono le Sfere? – Dicono, cantano e volgono i vostri destini, o anime perdute o salvate!”. Frammento da Ermete Trismegisto, il tre volte grande, come lo chiamavano gli Egizi

 

 

Membri del gruppo Pit’agorà:

BONINI Mariacristina

IERACE Nunzia

MESTRONI Ida

PALAIA Laura Primavera

 

BIBLIOGRAFIA

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INDICE

Prefazione

  1. Pitagora e la Scuola Pitagorica: viaggio fra storia, mito e leggenda p 3
  2. Il numero, legge universale che tutto armonizza e governa p 6
  3. Suoni, musica, armonia p 10
  4. La metempsicosi nella Scuola Pitagorica p 12
  5. I misteri orfici p 15

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